Il conto delle minne

Minne di S. Agata

 Agatì, falle bene quelle cascatelle, nzà ma’ la Santuzza si offende.

Giuseppina Torregrossa, Il conto delle minne

E’ così che nonna Agata si rivolge alla nipote, insegnandole i segreti della preparazione dei dolci in onore della Santa, le cassatelle o minne di Sant’Agata. Impastando le cassatelle con le sue mani esperte, il 5 febbraio di ogni anno, ricorda la storia della Santa di cui entrambe portano il nome, fornendo alla nipote anche insegnamenti che le serviranno nella sua vita di donna.

Sant'Agata

Agata, vissuta tra il III e il IV secolo, rifiuta le lusinghe del proconsole Quinziano, il quale si invaghisce della giovane. Dopo diversi tentativi di corruzione morale e continue pressioni psicologiche, fatte di minacce per sottometterla alle voglie di Quinziano, ad Agata,  appena quindicenne, venne letteralmente strappato il seno.
Da qui le minnuzze di Sant’Agata, la storia tragica della patrona di Catania che si conclude con la sua santità e che finiscono con l’essere un dolce, una tradizione culinaria contraddistinta da un forte senso di appartenenza: morbide cassatelle tondeggianti di frolla (che richiamano, appunto, un seno reciso) ripiene di ricotta con scaglie di cioccolato e canditi, glassate e guarnite con una maliziosa ciliegia candita.

Legato alla femminilità e alla sensualità delle minne (seni) è il romanzo della scrittrice siciliana Giuseppina Torregrossa, Il conto delle minne. Il seno, brutalmente strappato alla santuzza, diventa la chiave del romanzo. Distruggere la bellezza fisica, come documenta la tradizione iconografica legata alla patrona di Catania, a causa di un rifiuto amoroso, rappresentava la volontà di un annientamento psicologico. Un abbattimento instillato in tante donne che, seppur non brutalmente torturate, sono costrette a lottare, “a fare i conti”, contro il tumore al seno.

Il conto delle minne dev’essere pari: due seni, e due dolci, per ogni fanciulla

Giuseppina Torregrossa, Il conto delle minne

Raccomanda con cura la nonna trasformando la cucina in un palcoscenico sul quale s’intreccia la storia di due famiglie siciliane e delle loro donne fiere o meschine, timide o focose. Per ciascuna di loro le minne che portano sul petto hanno un significato speciale: grandi o quasi assenti, aride o feconde, amate senza pudore o trascurate da uomini disattenti, sane o ammalorate, diventano la chiave per svelare i più intimi segreti della femminilità, dell’orgoglio, dello straordinario potere di queste donne o della sottomissione alle dure leggi del mondo maschile.

Alla fine del pranzo, insieme al caffè, arrivavano a tavola le cassatelle, accolte da un applauso. Il vassoio grande era coperto da montagnole bianche, ammiccanti, messe vicine a due a due, che invitavano prima di tutto a toccarle, poi a leccarne la glassa e infine a morderle delicatamente, per non ferirle

Giuseppina Torregrossa, Il conto delle minne